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Progetto presentato da Angelo Monteleone

Il cuore della Sicilia nasconde un tesoro dimenticato, fatto di vecchi edifici e pozzi in muratura oggi elemento integrante dell’affascinante paesaggio dell’entroterra dell’isola, testimonianza di una terra protagonista per circa due secoli dell’economia solfifera mondiale. Di quelle antiche miniere rimangono solo le rovine che caratterizzano oggi il paesaggio delle aree di Caltanissetta ed Enna. Un sistema aziendale fiorente sul mercato europeo, seppur ancorato a sistemi produttivi arcaici e obsoleti, che ne hanno decretato la morte. Il lascito maggiore dell’oro giallo di Sicilia è un patrimonio di attrezzature sul territorio che vale la pena di tutelare immaginandone possibilità di riuso. Attualmente molte miniere sono tutelate da vincolo dell’Assessorato dei Beni Culturali e Ambientali, tra le quali le ex-miniere di Floristella e Grottacalda costituenti l’omonimo Ente Parco Minerario, mentre una buona restante parte di questi è ancora in mano a privati e risulta mal gestita.

L’occasione di riportare in vita il piccolo complesso urbano di Grottacalda ben si sposa con l’idea di fornire nuove opportunità ad un territorio ricco di storia, di tradizioni. Nel recupero degli edifici industriali dismessi però si è cercato di seguire soluzioni ben diverse da quelle suggerite dalla letteratura. Così nel caso specifico si propone la possibile trasformazione del complesso in una casa a custodia attenuata. Oggigiorno quello delle carceri è un problema reale, soprattutto per l’Italia: gli esempi del resto del mondo insegnano che investire parallelamente su territorio e recupero dei detenuti è l’unica via per venir fuori dall’emergenza. Le sperimentazioni avviate nel decennio scorso nelle case di reclusione del nord Europa, in Sardegna e a Gorgona, hanno dimostrato che la soluzione al grave problema carcerario italiano è quella di “aprire” per quanto possibile gli istituti, perché un detenuto che lavora è meno probabile che torni a delinquere.

Dalle analisi portate avanti è emerso che le nuove funzioni possono essere ospitate negli edifici esistenti senza che ciò necessiti trasformazioni o aggiunte eccessive. Le superfici consentono di impiegare, come manodopera, l’intero corpo dei detenuti della struttura e d’altro canto le aree coltivabili sono idonee ai tipi di coltivazioni ipotizzate. Quest’ultime possono essere individuate in modo che i cicli produttivi risultino sfalsati durante l’anno, consentendo di avere continuità di lavoro ed evitare sovrapposizioni.

Mettere in moto una filiera, accendere un ricordo e contemporaneamente fornire la possibilità di rivedere “viva” l’area dismessa sembra essere una valida alternativa per riservare alle generazioni future la storia di un luogo.